
I
vini rosati in Italia sono diffusi ed apprezzati soprattutto nel Meridione, che ne produce di ottimi, ma il loro consumo non è esteso come in passato quando il nostro Paese esportava vini rosati anche in notevoli quantità nei territori dell'ex Impero Austro-Ungarico, dove si faceva largo uso di questi « Shiller's Weine », come venivano chiamati. In Francia invece sono ancora molto in voga, a causa di una antica tradizione che risale a diversi secoli fa: non molti sanno che fino al 1700 i vini rosati erano gli unici vini che le tecniche enologiche riuscissero a ottenere, e solo nel diciannovesimo secolo si riuscì a produrre del vino rosso bevibile e commerciabile.
Esistono vari metodi di preparazione dei
vini rosati. Il principale consiste nel pigiare leggermente uve rosse e nel far fermentare il « mosto fiore » più o meno colorato che si è ottenuto fuori dal contatto con le « vinacce », cioè l'insieme dei graspi, delle bucce e dei semi dell'uva. Questo è il sistema generalmente adottato: in Borgogna, i vini di questo genere sono detti « vins gris » per il loro colore particolare.
La gamma dei colori dei rosati è abbastanza vasta; le differenti « nuances » sono dovute sia al metodo di vinificazione che al grado di ossidazione delle materie coloranti, e vanno dal rosso ciliegio vivo al rosa pallido. Con un chiaro riferimento al frutto (ciliegia, « cerasa ») diversi rosati del Sud vengono chiamati « Cerasuoli » : la loro tinta diventa aranciata col tempo e si incupisce sempre più nel corso dell'invecchiamento. Molto noto è il Gerasuolo d'Abruzzo. Ci sono poi i vari « Chiaretti », il cui colore è intermedio tra un rosato e un rosso leggero, come è il caso del Chiaretto della Riviera del Carda e del Bordeaux Clairet. Un'ultima tonalità è quella detta « rosé pelure d'oignon », e designa un vino con una colorazione simile a quella dei catafilli di certe cipolle. Riflessi analoghi si ritrovano in vini rossi molto invecchiati o decrepiti.