
I
prodotti tipici hanno un mercato immaginario ? Oggi vi vogliamo proporre un interessante articolo di
Andrea Sparvoli, editoriale della rivista
mark up del luglio/agosto 2005. Egli inizia il suo editoriale scrivendo che si fa un gran parlare di
prodotti tipici. Ricorda che se ne è parlato molto, sotto tutti gli aspetti (
tecnici, legislativi, di marketing e persino di percezione sensoriale ) al forum Europeo sulla qualità alimentare organizzato dalla fondazione
Qualivita, tenutosi poco tempo fa ad Orvieto. Egli ci fa un quadro non certo incentivante, scrive... I
prodotti tipici sono squisiti, realizzati con cura e meritano di essere protetti come patrimonio culturale della nazione. Ma i volumi di vendita sono insignificanti. Tre i motivi: la ridotta capacità produttiva dell'offerta, l'alta soglia di prezzo di consumo, il gusto deciso e forte che non sarebbe più "trendy". Dunque un mix micidiale. Al di la del valore poetico, l'impatto dei prodotti tipici sul mercato è trascurabile. Chi è convinto che all'estero non aspettino altro che consumare
tonellate di finocchiona, pecorino di fossa, e marmellata di fichi sembrerebbe destinato a cocenti delusioni. Come i temerari che , investendo un milione e mezzo di Euro in un negozio a Berlino, hanno scoperto che i tedeschi non sapevano neanche cosa fossero il
lardo di colonnata o il culatello di Zibello.
Sparvoli ci fa poi notare che a suo avviso non si possono tutelare, a livello internazionale, gli oltre 4.000 prodotti registrati nell'elenco del ministero, in quanto non ci sarebbe un fondamento giuridico. Persino i
Dop e gli
Igp riconosciuti dalla Comunità europea hanno grosse difficoltà a essere difesi di fronte a produttori extracomunitari, e non, che li ritengono denoninazioni generiche. Egli ricorda che per il momento abbiamo vinto il ricorso contro il "Parmesan" tedesco. Ma in futuro ? E negli Usa ? E per gli altri prodotti ? Ricordate la storia della
mozzarella in Italia ? Oggi la si produce ovunque non solo in
Campania. E allora perchè altri produttori europei non potrebbero sostenere le stesse argomentazioni usate a suo tempo dalla Lombardia ? In Italia a differenza della Francia il destino dei
prodotti tipici è stato segnato quarant'anni fa dalla totale inefficienza nella distrubuzione fisica sul territorio, dalla polverizzazione dei piccoli produttori e dei grossisti non specializzati. Secondo Andrea Sparvoli ormai è tardi, Si sono sfaldate sia la base produttiva sia la penetrazione nel gusto dei consumatori. Stupisce anche che non si faccia neanche un dibattito sui problemi dell'alimentazione quotidiana. Cosa mangiano gli italiani tutti i giorni ? La domanda è meno banale di quanto sembri, soprattutto in un paese in cui si importano la metà della carne, del pesce, del latte, dei cereali che si mangiano ogni giorno. Oggi scrive
mark-up, nell'alimentare, come in altri mercati, piccolo è brutto, e persino orribile. Se i giochi si fanno tra le grandi multinazionali e i grandi retailer internazionali, anche in Italia dobbiamo avere grandi imprese che abbiano le dimensioni, le risorse, le capacità per fare i volumi, per fare innovazione e marketing in sintonia con le aspettative dei clienti. I
prodotti tipici che meritano vanno tutelati, ma ad altri livelli.